“Santo Cosimo benedetto, così lo voglio”

“In Isernia Città Sannitica, oggi della Provincia del Contado di Molise, ogni Anno lì 27 settembre vi è una Fiera della classe delle perdonanze (…). Nella fiera ed in Città vi sono molti divoti, che vendono membri virili di cera di diverse forme, e di tutte le grandezze, fino ad un palmo; e mischiate vi sono ancora gambe, braccia e faccie; ma poche sono queste. Quei li vendono tengono un cesto, ed un piatto; li membri rotti soo nel cesto, ed il piatto serve per raccogliere il danaro d’elemosina. ….Questa divozione è tutta quasi delle Donne, e sono pochissimi quelli, o quelle che presentano gambe, e braccia, mentre tutta la grande festa s’aggira a profitto dei membri della generazione. Io ho inteso dire ad una donna: Santo Cosimo benedetto, così lo voglio (…). Si presentano all’Altare gl’Infermi d’ogni male, snudano la parte offesa, anche l’originale della copia di cera, ed il Canonico ungendoli dice, Per intercessionem beati Cosmi, liberet te ab omni malo. Amen.
Finisce la festa con dividersi li Canonici la cera, ed il denaro, e con ritornar gravide molte Donne sterili maritate, a profitto della popolazione delle Province; e spesso la grazia s’estende senza meraviglia, alle Zitelle, e Vedove, che per due notti hanno dormito, alcune nella Chiesa de’ P.P. Zoccolanti, ed altre delli Cappuccini, non essendoci in Isernia Case locande per alloggiare tuto il numero di gente, che concorre: onde li Frati, aiutando ai preti, danno le Chiese alle Donne, ed i Portici agl’Uomini; e così divisi succedendo gravidanze non deve dubitarsi, che sia opera tutta miracolosa, e di divozione”.

A Isernia è sempre stato vivo il culto per i Santi Medici Cosma e Damiano. Fuori del centro abitato, sulla cima d’un poggio ai piedi del quale scorre il torrente Carpino, s’erge un antico eremo, una chiesa loro intitolata. La festa a lordo dedicata divenne famosa verso la fine del XVIII secolo, quando lo scozzese William Hamilton annunciò d’avervi rintracciato i remains del culto di Priapo. Hamilton, ministro di Sua Maestà Britannica alla corte di Napoli ed antiquary (vale a dire un appassionato di antichità, specie d’epoca classica), era venuto a conoscenza della festa leggendo una lettera anonima risalente dicembre 1780 che ne faceva il resoconto e da cui è estratta la citazione.

41v-WC33g5L[1]Il culto da parte del popolo isernino per la divinità pagana rappresentante l’organo genitale maschile era simboleggiato dai falli di cera usati come ex voto per la festa dei Santi Cosma e Damiano e che erano detti “ditoni”.  Nella tradizione molisana infatti i simboli del dito e dell’anello alludono agli organi della generazione.

L’aspetto priapico del culto isernino per i santi medici Cosma e Damiano ha assunto con il tempo contorni più sfumati, fino a sparire oa sopravvivere sono in alcune simbologie “poco appariscenti” e nel folklore narrativo. Esempio ne è una leggenda, ancor oggi raccontata, che vuole che la torretta a forma di fallo sovrastante la torre principale della chiesa dedicata ai santi sia stata fatta costruire, a mò di ex-voto, da venti donne sterili maritate che avevano chiesto ai santi la sospirata gravidanza.

Il declino dell’aspetto ritenuto osceno del rito fu preannunciato già da Sir William Hamilton nella sua lettera-relazione sulla festa a Sir Joseph Banks , Presidente della Royal Society:

“Avevo l’intenzione di assistere, quest’anno, alla festa di San Cosma; ma dopo che è stata aperta la nuova strada la zona è più frequentata, e si sarebbe notata troppo l’indecenza della cerimonia. Sono state date disposizioni affinché il “gran dito” del Santo non sia più esposto”.

La paura da parte del clero he un culto come quello dell’antico San Cosma ad Isernia suscitando uno sconveniente clamore potesse essere pericoloso per l’ordine della società fu tra le cause che portò all’estinzione della devozione per il fallo a Isernia.
Ciò è accaduto per una visione “distorta” del fenomeno che la Chiesa, evidentemente, ebbe; sicuramente pensando c, risultando oltremodo indecente.

Questo accadde per una visione distorta delle motivazioni che avevano fatto nascere il rito che non andava inteso come pruriginoso bensì come segno positivo di affermazione e di vigore. Priapo, prima che divinità fallica, era infatti considerato il re dei giardini e delle colture, il dio della fecondità dei campi. Il suo contributo ed il suo intervento erano invocati perché necessari ad ottenere un buon raccolto, abbondante e proficuo, indispensabile per assicurare benessere ad una comunità prettamente agricola qual era quella molisana.

Per saperne di più vi invitiamo a leggere il libro L’eremo dell’eros scritto da Mauro Gioielli scaricabile gratuitamente dal sito del Comune di Isernia.

Pin It

I commenti sono chiusi.